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Q3128838 Italiano
Leggi la novela “Libertà” di Giovanni Verga sotto riportata e rispondi alla domanda.

 LIBERTÀ di Giovanni Verga

      La novella uscì originariamente su “La Domenica letteraria” nel 1882, poi nel 1883 fu raccolta nelle “Novelle Rusticane”. E’ ispirata ad un fatto storico, relativo all’approssimarsi, nel 1860, delle truppe garibaldine, quando i contadini di un piccolo paese, Bronte, alle falde dell’Etna, interpretando, a loro modo, il proclama di Marsala che incitava alla lotta antiborbonica, si convinsero che si stesse costituendo un nuovo ordine sociale. Sognarono di poter essere finalmente liberati dalla miseria, si ribellarono massacrando i possidenti e i borghesi. Per bloccare l’espandersi della rivolta in direzione non in sintonia con il progetto garibaldino, fu inviato nel paese Nino Bixio, luogotenente del generale, per soffocare la rivolta, fece subito fucilare, come esempio, alcuni ribelli. Gli altri furono rinviati al processo e subirono pesanti condanne, con cui pagarono il prezzo del sogno della libertà.

  Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! – Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola

    – A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!
     – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

   E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!

   Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te'! tu pure! – Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello. 

    Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! 

    Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te'! Te'! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure! 

   La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte a chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.

   Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

   Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. 

   – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io –. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. 

   Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

   Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa. 

    Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più –. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.

  Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!

   Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...



























































































































































































































































































































La novella di Verga introduce l'azione e la voce corale della popolazione in rivolta. Senza una adeguata contestualizzazione, il lettore odierno avrebbe difficoltà a individuare il momento storico in cui la situazione narrata si inserisce. Tuttavia, a partire da un certo momento compaiono personaggi che possono ricondurre a tale contesto, in particolare ci riferiamo alla figura del generale Nino Bixio. Il suo nome non viene mai citato nel racconto ma può essere facilmente identificato da alcune caratteristiche. Identifica, tra quelle sotto elencate, quali sono queste caratteristiche.
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Q3128837 Italiano
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 LIBERTÀ di Giovanni Verga

      La novella uscì originariamente su “La Domenica letteraria” nel 1882, poi nel 1883 fu raccolta nelle “Novelle Rusticane”. E’ ispirata ad un fatto storico, relativo all’approssimarsi, nel 1860, delle truppe garibaldine, quando i contadini di un piccolo paese, Bronte, alle falde dell’Etna, interpretando, a loro modo, il proclama di Marsala che incitava alla lotta antiborbonica, si convinsero che si stesse costituendo un nuovo ordine sociale. Sognarono di poter essere finalmente liberati dalla miseria, si ribellarono massacrando i possidenti e i borghesi. Per bloccare l’espandersi della rivolta in direzione non in sintonia con il progetto garibaldino, fu inviato nel paese Nino Bixio, luogotenente del generale, per soffocare la rivolta, fece subito fucilare, come esempio, alcuni ribelli. Gli altri furono rinviati al processo e subirono pesanti condanne, con cui pagarono il prezzo del sogno della libertà.

  Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! – Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola

    – A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!
     – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

   E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!

   Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te'! tu pure! – Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello. 

    Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! 

    Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te'! Te'! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure! 

   La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte a chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria. E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi.

   Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

   Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio. E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. 

   – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io –. Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. 

   Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

   Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa. 

    Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più –. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.

  Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!

   Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...



























































































































































































































































































































E’ [...] inutile rimproverare a Verga di non essere stato obiettivo a proposito di Bronte perché non intendeva esserlo: quell’evento storico è stato per lui solo un pretesto per parlare di qualcosa di più generale. [...] Direi che ci parla del tentativo (inevitabilmente) fallimentare di modificare un mondo bloccato, arretrato, ‘meridionale’ in senso lato; ci parla di una Rivoluzione mancata e del senso di frustrazione, rabbia e disperazione che ne deriva; ci parla in conclusione dell’altra faccia di un sistema-nazione, [...] e ce ne parla nella persuasione che quel fallimento avvenuto in periferia getta luce sulle contraddizioni e illusioni che interessano in primis il centro. Sembra che Verga contrapponga alle illusioni del cosiddetto progresso la fatalità, il senso di un eterno ritorno dell’uguale, di una natura umana immodificabile.
(Di S. Brugnolo.)

La critica sopra citata introduce UNA delle caratteristiche della novella verghiana. Indica, tra quelle presentati sotto, quale tema NON è presente nel racconto.
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Q3128836 Italiano
La subordinazione (ipotassi) può avvenire in maniera sia implicita che esplicita. Nella frase sotto trovi un esempio di coordinazione implicita.

“Mi accorsi di non avere più fame”.

Indica, tra le alternative sotto indicate, quale esplicita in maniera corretta la frase sopra.
Alternativas
Q3128834 Italiano
I possessivi, in italiano, possono appartenere a classi grammaticali diverse. Segna, tra le alternative sotto, quella in cui compare un possessivo utilizzato come PRONOME.
Alternativas
Q3128833 Italiano
La variazione linguistica riguarda la mutevolezza delle lingue, che possono presentarsi sotto forme diverse nei comportamenti dei parlanti. Difatti, la frase “Non ho idea di cosa abbiano detto loro” può essere enunciata in forme diverse, mantenendone l'equivalente referenziale, a seconda del contesto situazionale, sociale o geografico del parlante. Quale delle alternative proposte sotto NON è referenzialmente equivalente alla frase sopra?
Alternativas
Q3128829 Italiano
Il termine polisemia indica, in linguistica “la coesistenza, in uno stesso segno (parola o, anche, sintagma, espressione fraseologica), di significati diversi: può sorgere come effetto di estensione semantica del vocabolo [...] o come effetto di obliterazione della diversità di etimo tra due parole semanticamente diverse, ma fonologicamente identiche [...]”.
(Tratto da: https://www.treccani.it/vocabolario/polisemia/.)

Indica, tra le alternative sotto, quale contiene un termine polisemico che NON è stato utilizzato adeguatamente nel rispettivo contesto.
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Q3128828 Italiano
José è un ipotetico alunno brasiliano di italiano L2. Nel testo che il professore sta correggendo, ha scritto la seguente frase: “Il bambino sta si pettinando”. Si tratta di un errore di quale tipo?
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Q3128826 Italiano
Stefano e Gabriella stanno discutendo su chi inviteranno al loro matrimonio. Gabriella vorrebbe invitare tutti i parenti ma Stefano preferirebbe chiamare solo gli amici. Dopo molte discussioni, Stefano propone a Gabriella di chiamare gli amici e solo i parenti più prossimi. Infatti, Stefano non vorrebbe che Sara, cugina di Gabriella, venga invitata perché dice che “ha la puzza sotto il naso”. Cosa vuol dire l’espressione “avere la puzza sotto il naso”?
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Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: SEED-PR Provas: Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Arte - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Biologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Espanhol - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ensino Religioso - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ciências - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Filosofia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Física - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Francês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Inglês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Geografia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - História - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Alemão - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Italiano - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Portuguesa - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Matemática - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Especial - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Pedagogia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Química - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Sociologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Gestão Escolar (Diretor e Diretor Auxiliar) | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Profissional e Formação de Docentes - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Física - Edital nº 138 |
Q3127466 Pedagogia
Sabemos que o referencial curricular da rede é o documento que define e estabelece, considerando a Base Nacional Comum Curricular (BNCC), os direitos de aprendizagem dos estudantes brasileiros para cada etapa/ano/série da educação básica por meio do desenvolvimento de competências e habilidades. É quase impossível, tendo em vista as dificuldades de aprendizagem, que todos avancem sem algum comprometimento; de outro lado, é importante compreender que não é possível que o estudante avance na escolaridade sem aprender e que, infelizmente, há um acúmulo de defasagens que precisará ser trabalhado. É preciso construir uma trajetória de aprendizagem que dê conta de recompor e interromper a produção de novas defasagens. Para que isso aconteça, a reorganização curricular é indispensável para que os estudantes avancem no desenvolvimento de outras habilidades, devendo ser orientada pelos critérios de:
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Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: SEED-PR Provas: Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Arte - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Biologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Espanhol - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ensino Religioso - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ciências - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Filosofia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Física - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Francês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Inglês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Geografia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - História - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Alemão - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Italiano - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Portuguesa - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Matemática - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Especial - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Pedagogia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Química - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Sociologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Gestão Escolar (Diretor e Diretor Auxiliar) | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Profissional e Formação de Docentes - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Física - Edital nº 138 |
Q3127465 Pedagogia
Na etapa do ensino médio, as expectativas dos jovens estudantes frente ao futuro pessoal e profissional tornam-se mais intensas e profundas. A dupla condição de jovem e estudante coloca em discussão uma amplitude de dilemas e anseios, bem como a preparação que a escola proporciona aos jovens para o enfrentamento desses dilemas. O Novo Ensino Médio (NEM) traz o projeto de vida como um dos eixos fundamentais da formação escolar, visto que o desenvolvimento do componente é fundamental tanto para a formação geral básica quanto para a parte diversificada. De acordo com o Referencial Curricular do Ensino Médio, considerando os fundamentos contidos no caderno dos itinerários formativos, o projeto de vida:

I. É construído na relação com os outros, ainda que se manifeste internamente; é fruto de exploração externa.
II. Influencia a vida dos indivíduos, mas também ecoa na vida em sociedade.
III. É um fenômeno psicossocial, que se assenta na intersecção dos saberes individuais e dos valores presentes na cultura na qual nos inserimos, juntamente com a influência de outras pessoas e projetos coletivos.
IV. São dimensionados pela ética e por valores morais preciosos, para a construção de uma sociedade civilizada, em que se concretiza o exercício da cidadania.

Está correto o que se afirma
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Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: SEED-PR Provas: Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Arte - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Biologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Espanhol - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ensino Religioso - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ciências - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Filosofia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Física - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Francês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Inglês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Geografia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - História - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Alemão - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Italiano - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Portuguesa - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Matemática - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Especial - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Pedagogia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Química - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Sociologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Gestão Escolar (Diretor e Diretor Auxiliar) | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Profissional e Formação de Docentes - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Física - Edital nº 138 |
Q3127464 Pedagogia
A Secretaria de Estado da Educação do Paraná (SEED-PR) utiliza o Livro Registro de Classe On-line (LRCO) como uma ferramenta essencial para o planejamento e registro das aulas, o que auxilia na organização pedagógica e no acompanhamento do processo de ensino-aprendizagem. Considerando a relação entre o planejamento da aula disponibilizada no LRCO, o atendimento aos objetivos de aprendizagem e o desenvolvimento das habilidades, analise as afirmativas a seguir.
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Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: SEED-PR Provas: Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Arte - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Biologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Espanhol - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ensino Religioso - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ciências - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Filosofia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Física - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Francês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Inglês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Geografia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - História - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Alemão - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Italiano - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Portuguesa - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Matemática - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Especial - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Pedagogia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Química - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Sociologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Gestão Escolar (Diretor e Diretor Auxiliar) | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Profissional e Formação de Docentes - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Física - Edital nº 138 |
Q3127463 Pedagogia
A Secretaria Estadual da Educação entregou nesta quarta-feira (9), em Foz do Iguaçu, no Oeste do Estado, 500 celulares a alunos monitores da rede pública. A solenidade de abertura do programa Aluno Monitor contou com a presença do Secretário da Educação, Roni Miranda, e do diretor de Educação da SEED-PR, Anderfabio dos Santos, e destacou o esforço e o protagonismo dos estudantes. O evento reúne 500 alunos de 32 Núcleos Regionais de Educação (NREs), designados pelo desempenho acadêmico e dedicação ao programa, que inclui mais de 28 mil jovens em todo o estado. Com a participação de mais de 28 mil estudantes, o Programa Aluno Monitor se consolidou como uma das iniciativas mais bem-sucedidas da educação paranaense. Em 2024, 500 alunos foram selecionados entre mais de 10 mil participantes.
(Disponível em: https://www.aen.pr.gov.br/Noticia/. Acesso em: novembro de 2024. Adaptado.)

De acordo com os canais oficiais da SEED Paraná, o principal objetivo do Programa em referência é:
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Ano: 2024 Banca: Instituto Consulplan Órgão: SEED-PR Provas: Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Arte - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Biologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Espanhol - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ensino Religioso - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Ciências - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Filosofia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Física - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Francês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Inglês - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Geografia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - História - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Alemão - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Estrangeira Moderna - Italiano - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Língua Portuguesa - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Matemática - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Especial - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Pedagogia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Química - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Sociologia - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Gestão Escolar (Diretor e Diretor Auxiliar) | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Profissional e Formação de Docentes - Edital nº 138 | Instituto Consulplan - 2024 - SEED-PR - Professor - Educação Física - Edital nº 138 |
Q3127462 Pedagogia
Em uma aula de ciências para o 9º ano do ensino fundamental, a professora propõe uma discussão sobre a evolução das teorias científicas ao longo do tempo, com foco na compreensão de que o conhecimento científico é provisório e influenciado pelo contexto cultural e histórico. Ela começa apresentando exemplos de teorias antigas, como o modelo geocêntrico de Ptolomeu, e discute como o modelo heliocêntrico de Copérnico e as observações de Galileu mudaram essa visão. Em seguida, incentiva os alunos a refletirem sobre como os avanços científicos e as mudanças culturais impactaram o conhecimento científico, evidenciando que as Ciências da Natureza são construções humanas em constante revisão e aprimoramento. A aula destaca o caráter humano do empreendimento científico, mostrando que as teorias e descobertas refletem o contexto e os valores de cada época, uma das competências específicas de ciências previstas na Base Nacional Comum Curricular (BNCC), que estabelece competências gerais e específicas para a educação básica. Considerando a relação entre essas duas dimensões, analise as afirmativas a seguir.

I. As competências específicas são pré-requisitos para o desenvolvimento das competências gerais, uma vez que as primeiras fornecem os conhecimentos e as habilidades básicas necessárias para a construção das segundas.
II. As competências gerais e específicas se desenvolvem de forma isolada, sendo a primeira mais abrangente e a segunda mais específica ao conteúdo de cada área do conhecimento.
III. As competências gerais e específicas se complementam e se desenvolvem de forma inter-relacionada ao longo da escolaridade, com as primeiras orientando o desenvolvimento das segundas e vice-versa.
IV. As competências gerais são desenvolvidas de forma isolada no currículo e não interferem nas competências específicas, que são trabalhadas por disciplina, de acordo com os conteúdos estabelecidos pela BNCC.
V. O desenvolvimento das competências gerais no currículo escolar é integrado ao das competências específicas, de modo que as competências gerais fornecem um fundamento transversal para os conteúdos disciplinares, promovendo uma formação abrangente e contextualizada.

Expressa a dinâmica de desenvolvimento das competências ao longo da escolaridade o que se afirma em
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Q2368349 Italiano
Rimani


(Gabriele D’Annunzio)


Rimani! Riposati accanto a me.
Non te ne andare.
Io ti veglierò. Io ti proteggerò.


Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuto a me, liberamente,
fieramente.

Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo;
non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.


Lo sai. Non vedo nella mia vita altro compagno, non vedo altra
gioia.

Rimani.

Riposati. Non temere di nulla.

Dormi stanotte sul mio cuore…



(https://www.poesiedautore.it/gabriele-d-annunzio/rimani) 
Rileggi il primo verso della seconda strofa della poesia “Rimani”: “Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuto a me, liberamente, fieramente.” Indica l’unica opzione che presenta una congiunzione con lo stesso valore della congiuzione “fuorché”.
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Q2368348 Italiano
Rimani


(Gabriele D’Annunzio)


Rimani! Riposati accanto a me.
Non te ne andare.
Io ti veglierò. Io ti proteggerò.


Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuto a me, liberamente,
fieramente.

Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo;
non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.


Lo sai. Non vedo nella mia vita altro compagno, non vedo altra
gioia.

Rimani.

Riposati. Non temere di nulla.

Dormi stanotte sul mio cuore…



(https://www.poesiedautore.it/gabriele-d-annunzio/rimani) 
Questa poesia in versi liberi del poeta italiano Gabriele D’Annunzio somiglia ad una vera supplica d’amore. Segna l’unica alternativa che presenta informazione incorretta sui verbi. 
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Q2368347 Italiano
Il termine “preposizione” viene da preporre (latino praeponere), e vuol dire “che è messa prima”. La preposizione è una delle parti invariabili del discorso e serve, come la congiunzione, a creare un legame tra le parole o tra le frasi. In una lingua come l’italiano la funzione delle preposizioni è importante per stabilire i legami tra le parole, mentre altre lingue, come il latino, si servono molto di più di altri sistemi, come quello dei “casi”. Segna l’unica opzione che presenta l’uso corretto delle preposizioni sottolineate. 
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Q2368344 Italiano
Pronomi e particelle pronominali possono sembrare elementi secondari nell'apprendimento di una nuova lingua. In realtà, sono assolutamente necessari per imparare a padroneggiare la lingua italiana. (https: // www. europassitalian.com /it / risorse-gratuite / grammatica / pronomi-e-particelle-pronominali/). Segna l’unica alternativa corretta riguardo all’uso del pronome personale.
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Q2368339 Italiano
Passo storico anti-malaria: in Camerun vaccinazione di massa
Stessa scelta in altri 20 paesi nel 2024, 80% vittime under 5



        l Camerun è il primo paese ad aver lanciato un programma di vaccinazione su larga scala contro la malaria, in un passaggio che l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito "storico". Secondo l'Oms, la malattia trasmessa dalle zanzare uccide più di 600.000 persone all'anno, soprattutto in Africa, con i bambini sotto i 5 anni che rappresentano oltre l'80% dei decessi nel continente.

         Il primo a essere stato immunizzato è il piccolo Noah Ngah, di 6 mesi, in un ospedale della città di Soa, a 20 chilometri dalla capitale Yaoundé. Si tratta di uno dei tanti centri di vaccinazione in 42 distretti considerati prioritari all'interno della nazione africana, che conta circa 28 milioni di abitanti.

       Il governo ha affermato che il vaccino sarà fornito gratuitamente e sistematicamente a tutti i bambini di età inferiore ai 6 mesi insieme ad altre immunizzazioni obbligatorie o raccomandate. Nel 2024 venti Paesi africani prevedono di introdurre il vaccino nei loro programmi di immunizzazione infantile per arrivare fino a 80-100 milioni di dosi ogni anno entro il 2030. [...]


(https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2024/01/22/passo
-storico-anti-malaria-in-camerun-vaccinazioni-di-massa_835dc4c3-18f0-475b-a6b3-
2dc01b94ca59.html)
Rileggi il sottotitolo della notizia presentata: “Stessa scelta in altri 20 paesi nel 2024, 80% vittime under 5”. La parola “under” non è italiana, ma inglese. Se l’espressione “under 5” fosse scritta in italiano diventerebbe “sotto i 5 anni”. In questa espressione, la classe grammaticale della parola “sotto” è
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Q2368338 Italiano
Passo storico anti-malaria: in Camerun vaccinazione di massa
Stessa scelta in altri 20 paesi nel 2024, 80% vittime under 5



        l Camerun è il primo paese ad aver lanciato un programma di vaccinazione su larga scala contro la malaria, in un passaggio che l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito "storico". Secondo l'Oms, la malattia trasmessa dalle zanzare uccide più di 600.000 persone all'anno, soprattutto in Africa, con i bambini sotto i 5 anni che rappresentano oltre l'80% dei decessi nel continente.

         Il primo a essere stato immunizzato è il piccolo Noah Ngah, di 6 mesi, in un ospedale della città di Soa, a 20 chilometri dalla capitale Yaoundé. Si tratta di uno dei tanti centri di vaccinazione in 42 distretti considerati prioritari all'interno della nazione africana, che conta circa 28 milioni di abitanti.

       Il governo ha affermato che il vaccino sarà fornito gratuitamente e sistematicamente a tutti i bambini di età inferiore ai 6 mesi insieme ad altre immunizzazioni obbligatorie o raccomandate. Nel 2024 venti Paesi africani prevedono di introdurre il vaccino nei loro programmi di immunizzazione infantile per arrivare fino a 80-100 milioni di dosi ogni anno entro il 2030. [...]


(https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2024/01/22/passo
-storico-anti-malaria-in-camerun-vaccinazioni-di-massa_835dc4c3-18f0-475b-a6b3-
2dc01b94ca59.html)
Riguardo ai tempi e ai modi verbali usati nella notizia, segna l’unica opzione corretta. 
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Q2368337 Italiano
Scioglilingua italiani: difficili e divertenti

          Gli scioglilingua sono frasi ideate con lo scopo di risultare difficili da pronunciare e tale difficoltà è dovuta nell'uso della ripetizione dello stesso suono o di un ristretto insieme di suoni, che tendono a fare incespicare la lingua o a invertire le parole se pronunciate con una certa velocità. Ripetere gli scioglilingua aiuta a migliorare la dizione esercitando i muscoli e le articolazioni della bocca. Non sono solo importanti nelle balbuzie e nella dislessia, sono un valido strumento per noi tutti, come esercizio per esprimerci al meglio, per affermare il proprio carisma in un discorso pubblico e per qualcuno per allenare la voce di primo mattino.

         Il primo scioglilingua, o meglio la frase che più si avvicina a uno scioglilingua, risale all'antica Roma ed appartiene al poeta latino Quinto Ennio; è riportato in un frammento del primo libro degli Annales, che riguarda il ratto delle sabine durante i giochi ed è il seguente: “O Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!”. [...]


(https://www.scuolissima.com/2016/02/scioglilingua-italiani.html)

In base alla definizione di scioglilingua, segna l’unica frase che non è uno scioglilingua.
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Respostas
281: D
282: A
283: C
284: A
285: C
286: B
287: D
288: C
289: C
290: D
291: C
292: B
293: B
294: D
295: B
296: C
297: A
298: B
299: A
300: D